Il cane - tema con variazioni

26.03.2020

Tema con variazioni

Il cane. La cultura. L’uomo

 

 

 

Tema- Seduto. Resta!

 

L’ambito del rapporto uomo-cane subisce con estrema evidenza la forza d’urto del pensare per luoghi comuni: l’uomo è l’uomo, il cane è il cane. Apodittico, verrebbe da dire, un algoritmo che non fa una grinza. Naturalmente in questa asserzione sono impliciti alcuni concetti: 1) l’uomo è superiore al cane, 2) l’uomo può (deve) esigere dal cane obbedienza, rispetto e subordinazione (appunto “seduto”, “resta”), 3) non abbiamo bisogno del cane per poterci definire uomini, 4) c’è una frontiera invalicabile che determina una differenza sostanziale tra i due interlocutori, quindi dedicarsi all’uomo significa dedicarsi a qualcosa che vale, dedicarsi al cane significa inquinare la propria superiorità. Come se la relazione con l’animale togliesse contenuti all’essere umano. L’approccio zooantropologico sta mandando in frantumi le verità sopraespresse, destabilizzando i concetti tradizionali di umanità e animalità. Anzi, la zooantropologia sta traghettando il cane nei temi culturali che contano: non un interesse in funzione di quanto ci può essere utile, ma per quanto interroga, decentralizza, decostruttivizza. Si rifiuta la concezione antropocentrica dell’umanismo che ipotizza la cultura umana basata su una falsa immobilità dove l’uomo è posto al centro dell’universo (niente meno). Il cane ci dà il la in trame conoscitive nuove e avvincenti, ci porta a scoprire l’orizzonte uomo portandoci nel cuore di questioni fondanti. La zooantropologia si pone contro l’approccio addestrativo poiché non è accettabile pensare il cane come un meccanismo mosso da istinti o da una “mente” algoritmica, rigida, predefinita che si realizza in misura infinitesimale rispetto il pensiero umano. È sbagliato perché ci allontana da noi stessi. È sbagliato perché annienta il cane. Non il primato dell’uomo, ma il primato dell’instabilità identitaria dei processi instabili e sempre da ricostruire e rinnovare. Un nuovo primato secondo cui uomo e cane godono di pari dignità. Lo aveva sostenuto anche Giordano Bruno che un insetto è al centro dell’universo allo stesso titolo della più luminosa delle stelle. E per questo pagò. Ma i fatti, a secoli di distanza, gli danno ragione.Spezzare quest’ordine gerarchico significa distruggere la scala dei valori che fa da sfondo sia alla cultura umanistica sia all’approccio addestrativo, visioni da sostituire con una visione biocentrica che esalta la scoperta dei vincoli con cui tutti i fatti si intrecciano e si rincorrono. Per conoscere la cultura umana non serve celebrare l’uomo come centro e misura dell’universo o come padrone e dominatore. Meglio un’epistemologia che riconosce gli “infiniti mondi” come li definiva Bruno. La sorte dell’uomo non è disgiunta dalla sorte del mondo. I nostri doveri morali vanno estesi ben oltre l’uomo. Anche al cane.

 

 

Variazione I – tempo giusto

 

Cosa dire di nuovo sul cane? È possibile individuare un’altra prospettiva per approcciarsi a questo interlocutore? Ma un’altra prospettiva rispetto a cosa? Se consideriamo come prospettiva normale l’approccio antropocentrico, ben rappresentato e tradotto nella pratica dalla cinofilia tradizionale, non solo è possibile identificarne un’altra ma è addirittura necessario trovarne di nuove.Il cane, nel nostro pensiero comune, è periferico, regressivo, inserito in una categoria pensata come contraltare (quando va bene) alla dimensione umana. Nella cinofilia tradizionale è macchina, a misura d’uomo, a distanza di comando. La relazione uomo-cane è ingabbiata negli steccati e nei protocolli.Eppure, ed è questa la prospettiva a cui dobbiamo cominciare ad abituarci, l’incontro con i nostri compagni quattro zampe si (e ci) apre al mondo, rivela nuove curiosità, interrogativi, ricerche, passione della conoscenza. Per un osservatore superficiale, la verità addestrativa resta estranea alle provocazioni del dubbio: la logica dell’addestratore è infallibile poiché funziona. “Seduto” e il cane si siede. “Terra” e il cane si accuccia. “Piede” e il cane, come un soldatino, si mette accanto al suo capo-branco. In un certo senso l’addestramento – così ci si illude - incatena il cane all’uomo e gli permette di scegliere solo tra poche soluzioni: predigerite. Al comando segue, puntuale e stereotipata, una risposta prevedibile, quantificabile, meccanica. Ecco qual è l’origine delle certezze addestrative. Addestrare significa creare automatismi. Quindi l’addestramento non riconosce al cane una mente poiché a interessare è unicamente la funzionalità e la meccanicità. Seguendo un approccio mentalistico, che riconosce pertanto una vera e propria complessità mentale al cane, possiamo richiedere dei compiti specifici (il seduto, il terra, il cerca) ma a cambiare in modo sostanziale è la cornice nella quale questo si realizza. Come detto nell’addestramento il comando mira all’obbedienza, mentre nell’approccio cognitivo le richieste vanno lette come opportunità di relazione, come arricchimento mentale e come irrobustimento relazionale. Si fa assieme, si condivide, si cresce nel rapporto. In questo percorso tenteremo di percorrere altre strade, di scovare sentieri che ci facciano scoprire il nostro incontro con il cane attraverso luoghi inusuali: i tempi cambiano e fortunatamente evolvono le nostre idee. Con una riflessione più attenta ci si è accorti, grazie alla zooantropologia, quale sia il vero posto occupato dal cane nell’episteme umana. Non più un burattino mosso da fili impositivi mossi dalla mano del padrone, ma un interlocutore dotato di una raffinatissima mente capace di metterci sotto scacco. Il cane ci guida a sviluppare forme estetiche attraverso l’emozione, la sensibilità, la meraviglia, lo stupore dinanzi alla varietà dei contenuti naturali e tecnologici, alle tracce odorose di un bosco all’intellegibilità del buio. Il cane incita alla partenza. Ci anima d’un lato nel senso di appartenenza al mondo e per l’altro al senso di estranietà: infatti ci invita a sperimentare la nostra appartenza fatta di condivisioni percettive e cognitive, e al tempo stesso a scrutare paesaggi invisibili (spazi visionari, olfattivi, suoni metafisici), ci suggerisce la dimensione della nostra parzialità. Siamo immersi nell’ambiente. Lo viviamo. Ma al tempo stesso ci sfugge proprio perché non ci è immediatamente osservabile: siamo inevitabilmente marginali, parti di un’ecologia estesa, forse più che profonda.Il cane è un agitatore che, non trovando una rassicurante collocazione in un (inesistente) passato bucolico, interroga il presente di cui ne evidenzia alcuni tratti essenziali. Così come ha definito nuovi tratti culturali in epoche passate (introducendoci in una filiera sociale ibrida, insegnandoci nuove strategie venatorie, arricchendo il nostro vocabolario espressivo, aiutandoci nella gestione delle greggi e dei territori) oggi il cane ci alfabetizza all’incontro con la tecnologia e le pluralità della nostra epoca (ibridazioni culturali, mutazioni sociali, evoluzioni dei modus vivendi). Le caratteristiche delle epoche passate hanno posto problemi e problematicità dissimili da quelli attuali: il cane si rigenera in questa continua capacità di tracciare nuovi solchi conoscitivi. In tal senso i nostri compagni quattro zampe non sono dei discepoli dell’uomo, ma piuttosto degli iniziatori, degli ispiratori delle nostre trame culturali dando vita ad una costante rigenerazione dei paradigmi sociali, strategici, tecnologici. Mi rendo conto che queste affermazioni volano ben oltre l’intuizione comune ma ci si metta il cuore in pace: dobbiamo accettare il principio dell’assoluta parità (pur nella diversità) dell’interlocutore umano e canino. Parità raggiungibile solo rinunciando a ogni esigenza di tensione antropocentrica, di lettura antropomorfa della realtà e togliendo dal tessuto contrappuntistico della cultura umana la presunzione che l’animale sia periferico.Il cane è più antico di qualsiasi tecnologia attuale e al tempo stesso è più moderno, più futuribile, più all’avanguardia: ne alimenta i processi intimi, paradigmatici, essenziali.

 

Variazione II – Un poco più mosso

 

Il cane e l’enigma Abbiamo abbandonato il cane e il mondo ha perso il suo incanto. Ma il disincanto del mondo offre fenditure tragiche guardate da un uomo che non redime se stesso. La cultura umana, senza cane, è precipitato storico che invoca l’urgenza di un paradigma disperso.Non è facile rintracciare i retaggi cognitivi che tale rapporto ha inciso nell’evoluzione culturale. Il cane ha prodotto delle fughe di senso, degli ampliamenti strategici, trascinando con sé attenzioni inquiete di chi è trasportato da questa nuova diversione di senso. Di un altro ordine. Di un’altra prospettiva. La relazione con il cane, dunque. Con la sobrietà e il raccoglimento di un viandante, la coppia uomo-cane può andare alla ricerca dei luoghi, delle orme, dell’eredità lasciata da tale relazione. Alla scoperta di un tema licantropico che si sviluppa in cultura umana. Ibrida. Feconda.Passeggiare con il cane alla scoperta della tecnologia. i-Dog, il cane nell’epoca della tecnica. Il cane che ci insegna la tecnologia.

 

Variazione III – Méditation

 

 

Il cane sfugge a ogni spiegazione concettuale. Non arriveremo mai ad una definizione onnicomprensiva di questo animale. Troppa è la sua complessità. E del resto sarebbe sbagliato cercare di capirlo fino in fondo. Il cane non deve significare, non può essere ingabbiato nelle facili etichettature (cani di razza, cane pericoloso, cane da caccia, cane da guardia, cane da terapia). Il cane opera nella cultura umana. Agisce. La indirizza. La sollecita. Crea urgenze e nuovi ambiti complessità.Come un’onda sulla spiaggia arricchisce il territorio, lo rigenera, lo alimenta. La relazione il cane il cane è dissipativa e creativa.Per questa ragione è importante rapportarsi al cane non come se fosse uno strumento, ma come a un interlocutore che ci modifica. Non nell’ottica di una spiegazione concettuale, ma nella forma della contaminazione: si sedimenta nelle nostre coscienze, si fa pensiero, archetipo. Se il cane è un richiamo all’origine stessa di alcuni paradigmi culturali (e tecnologici), interessarsi ad esso non significa definire meccanismi addestrativi o strutture gerarchiche, ma significa rinunciare ad una definizione a priori del cane stesso anticipatamente stabilita da protocolli e tentativi di standardizzazione.Dobbiamo metterci a disposizione del cane, ascoltarlo per quello che è e per quello che ha da insegnarci, per i non-detti che reggono la relazione.

 

Variazione IV– Pavane

 

Lo sviluppo della complessità del rapporto uomo-cane nutre gli sviluppi dell’identità individuale. Vengono disinibite energie che liberano intelligenze, emozioni, pensieri. Ci alfabetizza a modi più ricchi di pensarci umani e in tal senso possiamo identificare alcuni elementi basilari che dovremmo, a mio avviso, fare nostri: Se la società umana cercasse di eliminare le differenze di cui i cani sono portatori omologandole con regolamenti, leggi e metodi addestrativi omologanti verrebbero indebolite opportunità di conoscenza e arricchimento, impoverendo notevolmente il paesaggio esistenziale dell’uomo.Una società è sempre l’unione di tante differenze: riconoscere l’importanza della specificità dei cani è quanto mai urgente, soprattutto nella nostra epoca in cui l’allontanamento dalla natura e dalla sua varietà sta rendendo le giovani generazioni analfabete nell’incontro e nella conoscenza con le alterità animali.L’approccio addestrativo e coercitivo non è in grado di creare relazioni forti (ovvero flessibili).La creazione di discriminazioni razziali comporta sempre un allontanamento dalla conoscenza dell’identità del cane (ad esempio leggi che introducono disparità di trattamento a determinate razze di cani o la promozione del “culto del cane di pura razza”).La relazione con i cani necessita dialogiche oligarchiche e policentriche dove siano riconosciute le specificità del partner umano e quelle del partner canino. La relazione è basata su specializzazioni etologiche diverse e complementari e sulla policompetenza.L’incontro uomo-cane, se sviluppato in senso zooantropologico, comporta libertà espressiva e creatività. Possiamo dire, in termini generali, che la buona relazione è quella che genera e rigenera continuamente l’alta complessità strutturale dell’incontro. Così come la psicologia ha ben intuito quanto il nucleo famigliare contribuisca in modo determinante a sviluppare capacità sociali paradigmatiche nei bambini che saranno poi espresse nella vita da adulti, la zooantropologia ci insegna che nella relazione con il cane apprendiamo modalità cognitive che ci alfabetizzano ai processi tecnologici e ibridativi del fare culturale.

 

 

 

 

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